Palmi-Non sono mancati i colpi di scena nella doppia deposizione resa in aula, giovedì scorso, nel processo “Toro” dall’ex consigliere provinciale Pasquale Inzitari e dall’ispettore della polizia Nicodemo Morrone. L’imprenditore-politico e il poliziotto, le cui lunghe testimonianze hanno abbracciato l’intero arco dell’udienza, hanno risposto alle domande incalzanti del pubblico ministero Roberto Pennisi, ufficializzando particolari inediti soprattutto sullo scenario politico rizziconese e sulle modalità attraverso cui Inzitari e soci scelsero la localizzazione del centro commerciale “Porto degli Ulivi”. Di fronte al Collegio presieduto da Maurizio Salamnone, si è assistito a due escussioni che è il caso di riprendere nel contenuto in quanto per diversi aspetti centrali nel processo che vede alla sbarra Teodoro, Giuseppe e Antonino Crea, per l’estorsione subita dalla società composta da Inzitari, Rosario Vasta e Ferdinando De Marte, la Devin. Da un lato il patron di un impero economico molto affermato nella Piana. Dall’altro uno degli investigatori della Questura che più da vicino coordinò il sistema di intercettazioni ambientali che aiutò ad interrompere l’illecita dazione di denaro al boss. Negli interrogatori si sono soffermati con precisione su fatti resuscitati dalla memoria, impressioni, prove documentate rilette in aule. Il sostituto commissario Morrone, in particolare, è stato chiamato a rispondere sulle modalità delle indagini condotte anche attraverso l’ausilio di videoriprese a partire dal dicembre 2005. «Abbiamo ottenuto l’autorizzazione a poter utilizzare mezzi tecnologici – ha detto l’ispettore rispondendo a Pennisi – perché ad un certo punto abbiamo notato una continua frequentazione di Crea con i tre imprenditori della Devin, i quali ci sembravano assoggettati e timorosi. Il contenuto delle intercettazioni ci fece intendere un tono deciso, autoritario e offensivo di Crea con gli imprenditori che non hanno mai controbattuto ». E’ il passaggio in cui l’ispettore Morrone si affretta a precisare che «l’indagine era partita dalla presunzione che gli imprenditori fossero complici dei Crea, invece ci accorgemmo che erano vittime». L’inizio delle intercettazioni risale alla fase in cui, secondo quanto dichiarato da Inzitari, la Devin aveva già finito di pagare i terreni acquistati dai Crea per costruire il centro commerciale e la famiglia di mafia si era fatta sotto con la richiesta di altri 800.000 euro. L’indagine, da un certo punto in poi, avviene con la collaborazione della Devin. «Gli imprenditori ci informavano sui posti dove si incontravano con Crea – ha precisato Morrone – ed Inzitari ci aveva consegnato delle lettere minatorie ricevute da lui e da Vasta». Il poliziotto ha riferito di 4 incontri tra dicembre 2005 e gennaio 2006, ovvero fino all’ultimo faccia a faccia finito poi con l’arresto di Antonino Crea inteso ‘u malandrino, quando si ebbe la certezza che stava ricevendo 60.000 euro. Si tratta di incontri brevi, in qualche caso di mattina presto, o nel negozio della moglie di Inzitari nel giorno dell’Immacolata o nello studio di Vasta, dove poi avvenne l’arresto di Crea. In quella occasione alla cattura sfuggirono Teodoro e Giuseppe che si resero irreperibili. Su un particolare dall’indubbia valenza politica è sembrato soffermarsi con molta cura il pm della Dda Pennisi interrogando Morrone, ovvero sugli effetti nella vita di Inzitari conseguenti a quell’arresto che tanta eco ebbe in paese. Un’attenzione certosina da parte del magistrato che ponendo le domande su questi aspetti ha dimostrato di ricordare a memoria - con malcelato gusto per l’analisi particolareggiata sull’inchiesta condotta - il numero delle pagine dell’ordinanza in cui poi il poliziotto avrebbe poi trovare il riscontro di nomi che non ricordava. «Dopo il fermo di Crea – ha risposto Morrone – notammo degli atteggiamenti diversi nei confronti di Inzitari nel suo paese. Intercettammo in particolare due politici di Rizziconi che non lo consideravno più affidabile». La parabola del politico che, pagando il peccato originario di aver comprato di terreni da un compaesano chiamato ‘u malandrino, era diventato vittima di un perverso ingranaggio che, dopo la collaborazione con le forze dell’ordine, gli aveva fatto perdere appeal nel contesto politico in cui si era affermato, pronto ad isolarlo forse per rispettare il boss. «E chi erano questi politici che lo allontanarono?», ha chiesto Pennisi con quella precisione intellettuale di chi quasi è intento a scrivere la storia di una politica finita nella polvere, come tante volte quando in Calabria c’è di mezzo la mafia. «In particolare due medici – ha risposto Morrone – Giuseppe De Giorgio e Domenico Mazzaferro. Potemmo perfino constatare che il primo non risposte neanche al messaggio di auguri che a capodanno Inzitari gli aveva inviato tramite cellulare». «Sappiamo che De Giorgio è anche medico di Crea», ha risposto il poliziotto alla precisa domanda del magistrato. Di Giorgio è anche padre di Benito, assessore nell’ultima consiliatura finita per una ispezione antimafia.
Agostino Pantano -1 Continua